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All’Università di Bologna hanno “sgamato” la tattica comunicativa di Trump

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ROMA – Una ricercatrice dell’Alma Mater di Bologna ha messo sotto la lente di ingrandimento i discorsi del presidente Usa Donald Trump. Analizzando non tanto quello che dice, ma “come lo dice”, la studiosa ha individuato una vera e propria “tattica di manipolazione discorsiva” tipica del tycoon, da cui possono emergere tra l’altro “forme particolarmente insidiose di violenza verbale”. L’analisi porta la firma di Aurora Donzelli, docente del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Ateneo di Bologna, ed è stata pubblicata sulla rivista ‘Social Research’. In sostanza, alla base del populismo di Trump ci sarebbe una “riforma del linguaggio” e una “deliberata sovversione” delle convenzioni condivise su come interpretare il significato di ciò che viene detto.

“Credo che le nuove forme di abuso di potere che stanno prendendo forma sotto i nostri occhi possano essere meglio comprese attraverso l’analisi linguistica”, sostiene Donzelli. “Invece di soffermarmi sugli slogan o sulle dichiarazioni eclatanti- spiega a Unibo Magazine- ho analizzato gli scambi interazionali apparentemente trascurabili: interruzioni, malintesi, false partenze, sovrapposizioni tra i turni di parola.Ho trascritto e analizzato ore e ore di conferenze stampa, comizi e interviste del presidente Trump, concentrandomi non tanto su quello che veniva detto, ma su come veniva detto”.

Lo stile linguistico di Trump è da tempo oggetto di dibattito: come interpretare la sua irriverenza, gli abusi verbali, le violazioni dell’etichetta diplomatica? Per la Nuova Destra americana va superato il politicamente corretto, si sottolinea nello studio. A questo, però, nei discorsi di Trump si accompagna a “sofisticate forme di manipolazione discorsiva”.

La ricercatrice dell’Alma Mater parla di ‘gaslighting metapragmatico’. Che cos’è? La metapragmatica riguarda ciò che si dichiara di voler fare parlando. Un esempio è la frase: ‘Stavo scherzando’. Il ‘gaslighting’, invece, si riferisce a una forma di abuso psicologico, con cui un individuo arriva a negare l’evidenza in modo così deciso da destabilizzare il senso di realtà del suo interlocutore. A conti fatti, dunque, il ‘gaslighting metapragmatico’ è un modo per manipolare continuamente il senso di ciò che si voleva dire. “A differenza della semplice menzogna- sottolinea Donzelli- qui non viene negato un fatto, ma l’interpretazione condivisa del senso da dare a ciò che viene detto”. E’ ciò che succede, ad esempio, quando “una minaccia viene travestita da consiglio, una critica spacciata per complimento, un’intimidazione mascherata da constatazione”.

Chi parla, dunque, “rivendica per sé il controllo esclusivo sull’interpretazione di ciò che dice e, al contempo, pretende la totale immunità per le conseguenze delle proprie affermazioni”. Questo può avere conseguenze anche pericolose. “Il rifiuto delle convenzioni socialmente condivise sull’uso del linguaggio e la sua interpretazione- sottolinea Donzelli- può portare a un regime discorsivo fortemente personalista e ultrareazionario, in cui il significato è di proprietà del singolo parlante ed è definito esclusivamente dalle sue intenzioni”. Secondo la studiosa dell’Alma Mater, queste “tattiche di manipolazione linguistica” possono essere in realtà “parte di un progetto più ampio” e possono preludere alla “instaurazione di un regime di proprietà privata sul significato pubblico” delle frasi. In sostanza “decido io come vanno intese le mie parole, in barba a qualsiasi convenzione”.
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