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Flotilla, la ‘doctor’ bolognese: “Israele ferma i medici, peggio dei Talebani”

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BOLOGNA – Sta tornando in Italia la bolognese Ilaria Riccardi, dottoressa 31enne di San Giovanni in Persiceto, che era imbarcata verso Gaza con la Global Sumud Flotilla. La nave su cui era in viaggio, la Family, non è stata intercettata dalle forze israeliane a causa di un’avaria e Riccardi è quindi sbarcata in Turchia. Da lì è ripartita stamattina e arriverà a Bologna nel pomeriggio. “Io sto bene- racconta Riccardi parlando con la ‘Dire’- soprattutto oggi dopo aver saputo che gli attivisti che erano nelle carceri della Palestina occupata stanno venendo rilasciati. In particolare Alex e Dario, con cui ho condiviso l’ultima parte del viaggio, so che sono arrivati aRoma e questo mi rende molto felice, anche se arrabbiata e preoccupata perché sono stati trattati molto male”.

“PREOCCUPATA PER GLI ATTIVISTI PRESI, SULLE NAVI DELLA FLOTILLA ALTRI 3 BOLOGNESI”

Allo stesso tempo, “ho molta paura e preoccupazione soprattutto per quegli attivisti che non hanno passaporti forti come quello italiano e quindi, sebbene le notizie sono che verranno tutti rilasciati, finchè non li vedo tutti scendere da un aereo non mi fido”, continua Riccardi. Del resto, “anche le dichiarazioni rilasciate ieri da Benjamin Netanyahu sul fatto che il trattamento riservato agli attivisti non è in linea con i valori di Israele- afferma Riccardi- sono ridicole, visto che invece sono totalmente in linea. Anzi, se questo è quello che viene mostrato, figuriamoci cosa succede nelle carceri israeliane con le persone palestinesi”. Riccardi, intanto, conferma che sono tre le altre persone bolognesi che erano sulle navi della Flotilla: quindi Alessio Catanzaro (Budrio), Francesco Gilli (Grizzana Morandi) eIlaria Mancosu (Bologna). Ma in generale, al momento, “non ho notizie dirette rispetto gli altri attivisti italiani, ha saputo solo che arriveranno a Istanbul nel pomeriggio e poi torneranno anche loro a casa”.

LA MISSIONE DOCTORS TO GAZA, DI COSA SI TRATTA

Oltre che per gli altri componenti della missione, poi, Riccardi spiega di avere molta paura per la “propaganda” che può essere fatta sulla Flotilla: per Israele del resto “siamo terroristi”. Ma invece “io sono una medica, ero parte di Doctors to Gaza e cioè della missione che all’interno della Global Sumud Flotilla- racconta Riccardi- voleva non solo portare aiuti, medicine e cibo, aprendo un corridoio umanitario, ma rappresentava anche l’unica barca che, se fossimo arrivati a Gaza, avrebbe potuto sbarcare delle persone. La nostra missione era andare a lavorare negli ospedali di Gaza, eravamo attesi dai nostri colleghi”.

Continua la 31enne: “Era la mia prima missione con la Flotilla e ci tenevo particolarmente perchè Israele ha vietato a praticamente tutte le ong di poter dare supporto in zona di guerra, quindi non c’è altro modo di prestare servizio come medica lì e di aiutare i colleghi se non imbarcandomi, comunque nel pieno rispetto delle leggi internazionali. Addirittura in Afghanistan con i Talebani si poteva andare a prestare servizio, ma a Gaza non è possibile”. Infatti, prosegue Riccardi, “ci sono pochissime associazioni mediche che ancora riescono a ottenere volontari dall’estero, ma spesso subito prima del loro arrivo Israele nega i visti. Davvero imbarcarsi era l’unico modo in cui potevo aiutare, ma anche politicamente penso sia necessario rivendicare il fatto che c’è un blocco del tutto illegittimo e, anche se non si portasse alcun aiuto, sarebbe illegittimo essere fermati in acque internazionali”.

L’ASSISTENZA MEDICA E SANITARIA AGLI EQUIPAGGI

L’obiettivo di Doctors to Gaza, dunque, era portare aiuto diretto ai sanitari che oggi operano nella Striscia in condizioni di estrema difficoltà, ma intanto “nell’ultima parte di viaggio abbiamo anche fornito assistenza di emergenza alla Flotilla, perchè non c’erano più le navi appoggio di Open Arms e di Greenpeace. La nostra era una barca un po’ più grande, con svariati sanitari a bordo- spiega Riccardi- e nei giorni prima dell’intercettazione abbiamo aiutato chi è stato male per il mare, ha avuto bisogno di flebo o si è fatto male, fornendo anche così il nostro servizio”.

NAVIGAZIONE INTERROTTA: MOTORE IN AVARIA ED SOS IN MARE

La notte prima che entrassero in azione le forze israeliane, poi, “abbiamo avuto un problema al motore, tra l’altro in un giorno di mare brutto. L’equipaggio- racconta Riccardi- ha provato a sistemarlo per svariate ore, quindi siamo rimasti un po’ indietro rispetto alle altre navi e poi abbiamo saputo che poco avanti erano iniziate le intercettazioni”. Il motore della Family “non ha ripreso a funzionare e quindi, a causa di questa avaria, abbiamo lanciato un sos alla Guardia costiera turca che dopo un po’ di tempo è venuta a soccorrerci. Se il danno fosse stato riparabile in mezzo al mare- continua la 31enne- lo avremmo fatto, il nostro obiettivo era riunirci alla flotta, ma l’esercito sionista non ce ne ha lasciato il tempo. Dopo che siamo sbarcati e abbiamo riparato il motore, erano rimaste una decina di navi ancora in navigazione e, anche se la nostra era più veloce, non le avremmo raggiunte”. Ma allo stesso tempo “abbiamo fatto anche una valutazione strategica in base alla quale, considerando le forze e l’obiettivo della missione, che non era farci intercettare ma arrivare a Gaza- sottolinea l’attivista- abbiamo valutato che saremmo stati più utili a terra in questo momento”.
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