ROMA – La Global Sumud Flotilla (Gsf) lancia un appello al governo della Tunisia a “ritirare immediatamente tutte le accuse” contro i propri organizzatori “detenuti e a rilasciarli senza ulteriori indugi”. La richiesta alle autorità tunisine giunge mentre, centinaia di miglia più a est, vengono arrestati anche altri attivisti della Gsf da parte di Israele, che nella mattinata ha intercettato le barche della seconda missione partita giovedì dalla Turchia. La Flotilla, forte dell’attenzione mediatica internazionale, ricorda che “la partenza della Sumud Flotilla 2 era prevista per aprile/maggio 2026 dalla Tunisia. A febbraio 2026 gli organizzatori sono stati informati che [tale partenza] veniva bloccata dalle autorità. Poco dopo, sette organizzatori della fottiglia, tra cui due membri del comitato direttivo globale, sono stati arrestati con accuse inconsistenti e infondate. Contro di loro sono state mosse false accuse di tipo finanziario e sono stati arrestati a marzo”.
Wael Naouar, sua moglie Jawaher Channa, insieme a Nabil Chennoufi, Mohamed Amine Bennour, Sana M’hidli, Ghassen al Hanchiri e Ghassen Boughediri sono stati accusati di aver messo in piedi un sistema di “riciclaggio di denaro internazionale” in merito alla raccolta fondi avviata per sostenere le spese della seconda missione della Gsf. Lo scorso 16 marzo i giudici hanno confermato la detenzione cautelare in attesa del processo. La GlobaL ricorda ancora: “Sana e Jawaher sono stati rilasciati dopo due mesi di detenzione, in condizioni estremamente restrittive, tra cui mobilità limitata e divieto di qualsiasi attività politica. Gli altri cinque rimangono ancora oggi in carcere”. Esortando a mantenere l’attenzione alta “sul genocidio di Israele in Palestina”, i responsabili della Gsf concludono chiedendo che il governo di Tunisi “garantisca che nessun cittadino tunisino venga perseguito per essersi schierato dalla parte della Palestina”. Da tempo le organizzazioni della società civile sono nel mirino della magistratura tunisina che, secondo gli oppositori, verrebbe strumentalizzata dall’attuale governo del presidente Kais Sayed per imbavagliare il dissenso popolare contro le scelte politiche ed economiche dell’esecutivo. Sabato 16 maggio migliaia di persone sono scese in piazza nella capitale proprio per chiedere la fine delle restrizioni e degli arresti indiscriminati di dissidenti politici, giornalisti e attivisti, nonché per invocare migliori condizioni economiche, al motto “la gente ha fame e le prigioni sono piene”. Il presidente Sayed è anche accusato di aver accentrato gran parte dei poteri a partire dal 2022, ponendo fine alla stagione di riforme democratiche seguita alla rivoluzione pacifica del 2011 e della riforma della Costituzione del 2014.
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